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Seconda Domenica di Pasqua: la Domenica di Tommaso


 

“Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!». Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. dal vangelo secondo Giovanni, capitolo 20, vv 26-31

 

Il brano della seconda Domenica di Pasqua, che inauguara il tempo liturgico dedicato allo Spirito e alla Chiesa, ci conduce al cuore delle interpretazioni pasquali di Gesù. Il travaglio di comprensione delle prime generazioni cristiane, che vanno costruendo la loro fede e la missione nel mondo sulla figura del Risorto, trova qui riscontro in una sorta di dramma a due scene, che culmina con la più alta professione di fede del vangelo di Giovanni, paradossalmente pronunciata dallo scettico Tommaso: “Signore mio e Dio mio”. Al centro di tale dramma si staglia così i ltema della fede nei segni pasquali e, più ampiamente, la dinamica del trapasso dall’incredulità verso la resurrezione al rischio della fede comunitaria.

 


 

La prima scena si risolve nella cosiddetta “Pentecoste di Giovanni”. nella sera del Sabato di Pasqua, troviamo i discepoli come paralizzati dalla paura dei Giudei, asserragliati, impermeabili a qualsiasi contatto verso l’esterno. Il Cenacolo appare così come una chiesa chiusa e assediata, ancora incapace di dare ordine e senso alla sequenza sconvolgente di eventi e di notizie succedutisi negli ultimi giorni.

In queswto clima sospeso ittompe inopinatamente Gesù. L’evangelista sottolinea che non si tratta di un’apparizione fantasmatica o di un’allucinazione collettiva, bensì di una presenza vivente e concreta. L’ostensione dei segni della passione impressi nel corpo offre la prova incontrovertibile che la figura che si staglia al centro del cenacolo è lo stesso uomo del Venerdì santo, per quanto ormai trasfigurato nella nuova condizione del risorto. Soprattutto, però, la sua apparizione si configura come una sequenza di doni e affidamenti, capaci di rinnovare e donare nuova vita al gruppo dei discepoli. Il dono della pace, innanzitutto, volto a dissipare le nebbie del timore che ancora avvolge la comunità. Poi, ancora, la missione (cfr. Mt 28,18; Mc 16,15; Gv 3,17.34; 5,36.38; 6,57) e, soprattutto, lo Spirito che, come rivela l’atto dell’alitare, mette in atto una nuova creazione.

È dunque la prima chiesa che qui viene a costituire e a definire i fondamenti del suo esistere nel mondo. Da questo momento in poi i discepoli saranno a loro volta in grado di testimoniare attraverso la parola ciò che i loro occhi hanno visto.

La seconda scena, che replica per molti aspetti la prima, è centrata su Tommaso. Il nome stesso del discepolo – in greco Didimo ossia “il gemello” – reca impresso come sua qualità profonda il doppio e la scissione. È significativo del resto il quarto vangelo ce lo presenti come un personaggio duplice, costantemente diviso tra una sequela entusiastica e irruente e l’incomprensione profonda del Maestro e della sua via. Figura per antonomasia del dubbio e della volontà di ciascun credente assediato dall’ombra del dubbio e assetato di appigli alla sua fede.

Assente dal cenacolo in occasione della prima apparizione, Tommaso non accoglie la testimonianza dei discepoli. Quell’uomo apparso otto giorni prima potrebbe non essere Gesù. Perciò egli pretende di dettare co ndeterminazione e sicumera le proprie condizioni: se no nvedo, non stendo la mano, non metto il dito, non potrò credere. Non si tratta però, come solitamente si ritiene, di un’ottusa mancanza di fede quanto piuttosto di un comprensibile scetticismo, alimentato da un autentico bisogno di verifica. Lo scetticismo cede il passo allo stupore; gli occhi si spalancano davanti alle ferite e la bocca proferisce balbettando, quasi a fil di voce “Mio Signore e mio Dio!” la più grande professione di fede di tutti i tempi!

Farò Pasqua, quando saprò ripeterla, con convinzione, anch’io!

dal foglietto informativo della mia parrocchia, “Canta e cammina”

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