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Intorno all’abolizione del riposo domenicale


La notizia che il governo bolscevico ha abolito il riposo domenicale può venir interpretata in vari modi. Alcuni bolscevici, seguendo una loro logica, potrebbero voler sostituire il riposo del sabato a quello della domenica. Altri mostrano di avere una marcata affinità intellettuale con la grande religione che, strano a dirsi, preferisce il venerdì. Per i musulmani il giorno di riposo è il venerdì e quando andai a Gerusalemme notai gli strani effetti derivanti dal fatto che le tre feste religiose ricorrevano in tre giorni consecutivi.

Qualcuno ha lamentato che gli ebrei si arrogano un vantaggio ingiusto dato che il loro sabato ha termine con il calar del sole; comunque, è altamente significativo nei confronti di un bisogno umano universale il fatto le maggiori religioni mondiali, pur essendo in disaccordo intorno alla scelta della giornata sacra, siano d’accordo nella necessità di averla. Esse si sono combattute, perseguitate, oppresse e sfruttate nei modi più diversi, ma hanno conservato il profondo istinto umano di una Tregua di Dio in cui gli uomini debbano, se possibile, cessare di combattere, e anche (se mai l’idea è concepibile) smettere di sfruttarsi.

Se i bolscevici hanno davvero dichiarato guerra all’idea stessa di un giorno dedicato al riposo comune, non sarà forse la prima volta che si dimostrano molto più stupidi degli ebrei, dei turchi, dei fedeli e degli eretici. Tutti tendono a parlare con naturalezza della pedanteria antiquata. Ma il tipo del pedante più pedantesco è quello di mente troppo angusta per essere antiquato. Egli è tagliato fuori dall’antichità e quindi anche dall’umanità; dalle cose non apprende nulla, impara soltanto dalle teorie, e nell’atto stesso in cui pretende di insegnare attraverso gli esperimenti, rifiuta di apprendere dall’esperienza. Il più forte esempio di tale intransigenza sorda e ottusa sarà proprio l’atteggiamento puramente negativo nei confronti del giorno di riposo settimanale e degli altri giorni festivi. Il fatto che gli uomini li abbiano sempre giudicati necessari non fa che dare al moderno pedante una sempre maggiore certezza che essi siano inutili. La loro universalità, sia pure entro una reale varietà, dovrebbe invece avvertirlo che si trova di fronte a una di quelle cose delicate e profonde, sottili e insieme ben radicate. Non dico che egli sia obbligato a ritenerle giuste, ma è costretto se non altro a prenderle in considerazione. Invece non ne tiene mai conto perché trova che la linea di minore resistenza consista nel condannarle. Gli basta sapere che l’umanità ha sempre desiderato una data cosa, e si metterà all’opera per liberare l’umanità da ciò che essa ha sempre desiderato. Vedremo senza dubbio presto o tardi l’insorgere di una campagna volta a liberare gli uomini dall’antico e barbaro costume di mangiare cibi. Abbiamo anzi già visto qualche cosa di simile a un movimento con lo scopo di liberarli dalla fantastica abitudine di consumare bevande. Avremo dei rivoluzionari che condanneranno la disonorevole necessità di andare a letto di sera. Dopo tutto, lo stare prostrati potrebbe venire considerato un atteggiamento servile, o contaminato dalle superstizioni del supplice. Dal cittadino veramente attivo, vivace e dignitoso, si pretenderà probabilmente che rimanga in piedi per ventiquattro ore su ventiquattro. Al filosofo progressista si chiederà di camminare dormendo, e magari anche di parlare nel sonno, e dato quello che dice e le direzioni che prende, la cosa non sembra del tutto improbabile. Comunque, lo stesso genere di filosofia disumana che distrugge il rispetto di un giorno su sette, trascurerà anche il rispetto verso sei ore su ventiquattro. Possiamo prevedere una vasta rivolta intellettuale contro la schiavitù del sonno. Già mi par di vedere opuscoli e cartelloni, complicate statistiche intese a dimostrar che, se gli uomini non smetteranno mai di lavorare, produrranno più di quanto ora producano; lucidi diagrammi destinati a dimostrare le perdite che il lavoro subisce a causa del fatto che ben pochi uomini possono stare a letto addormentati ed essere contemporaneamente attivi nelle rispettive fabbriche. Le dimostrazioni scientifiche del genere sono sempre serrate e convincenti. Mi par già di avere sotto gli occhi le interminabili file di cifre destinate a dimostrare, rispetto a carbone, cotone, burro, lacci per scarpe, carne di maiale e ghisa, che in ogni singolo campo si otterrebbe un bel po’ di prodotto in più se tutti continuassero a lavorare senza mai interrompere la propria attività. È vero che un argomento di tal fatta finisce di solito per andare a vantaggio del capitalismo, ma lo stesso effetto raggiunge anche il comunismo. Tuttavia, questi veri amici del capitalismo, che però continuano ad autodefinirsi comunisti, naturalmente non intendono dire che nessuno debba più dormire e nemmeno che nessuno possa avere più vacanze. I comunisti si dicono a favore dei turni di lavoro e anche di frequenti vacanze; e allo stesso modo anche i capitalisti. Dicono che il lavoro dovrebbe essere organizzato per tutti, e che le ferie dovrebbero essere date di volta in volta a ciascun individuo; ma lo stesso vorrebbero i capitalisti. In effetti, non vi è molta differenza tra il piano generale del sistema di fabbrica decretato dl collettivismo di Mosca e quello ideato dall’individualismo di Detroit. Si deve aggiungere per amore di giustizia che il signor Ford ha del tutto dimenticato il primitivo significato del termine individualismo, proprio come i capi bolscevici hanno da parte loro del tutto dimenticato ciò che da principio essi intendevano per bolscevismo. Viene concessa all’individuo una vacanza, ma essa non ha nulla di individuale. È data da una forza impersonale con rotazione meccanica, e su questa l’individuo stesso non può esercitare alcun potere. Non gli viene offerta nel giorno del suo compleanno, o nella ricorrenza del suo santo patrono, né in alcun altro giorno di sua preferenza. Dio non voglia! – o meglio (come direbbero i bolscevici), la non-esistenza di Dio non voglia!

Ma anche a prescindere dal fatto che una vacanza solitaria non riuscirà mai a essere una vacanza personale, vi è una obiezione ancor più seria da opporre alla scomparsa della vacanza collettiva. La si trova radicata nella natura umana, ed è proprio ciò che il pedante rivoluzionario non ha mai la pazienza di cercare di capire. Studierà la matematica in una settimana e la metafisica in due; quanto alle scienze economiche, per afferrarne l’intera verità gli basta scorrere un opuscolo mentre fa colazione. Però non vuole studiare l’uomo, e si libera da ogni dovere nei confronti di questa scienza condannando come superstizioni tutti gli elementi che non comprende.

Orbene, una delle cose di assoluta necessità per l’uomo è il ritmo, non soltanto un ritmo nella sua vita personale, ma anche in certa misura un ritmo nel mondo vivente che lo circonda. Dirò perfino, più che altro per il piacere di dar fastidio ai teorici della sociologia scientifica, che in argomento la maggiore verità concreta si trova nell’affermazione che Dio creò il mondo in sei giorni, e che il settimo si riposò.

In altre parole, all’origine delle cose vi è un ritmo, vi è ritmo nell’inizio e nella natura dell’universo, e vi dev’essere qualcosa di simile nelle manifestazioni del mondo, sociali e secolari.

Gli uomini non sono felici se le cose mostrano sempre un aspetto identico; l’utilità di quello che si chiama un “cambiamento” è universalmente riconosciuta anche dalla scienza medica. Il semplice fatto che un uomo non debba personalmente dedicarsi ad alcun lavoro, ad esempio, il martedì, gli darà solo in minima parte quel senso generale di riposo o di ristoro insiti in una istituzione qual è l’osservanza della domenica. Una volta ho osato coniare questa espressione (per quanto l’abbia messa in bocca soltanto di un cane): «L’odore della domenica». E sono pronto a sostenere che questo odore esiste, per quanto imperfetto sia il mio olfatto in paragone a quello di un cane. Vi è qualche cosa di speciale nella luce e fin nell’aria di un mondo in cui la maggioranza degli uomini non lavora, oppure non con la stessa intensità, o allo stesso modo degli altri giorni, e ciò dà soddisfazione a un’inconscia aspirazione verso una frattura e una pienezza. Se gli uomini non possedessero che una serie interminabile di giornate identiche, poco importerebbe se fossero giornate lavorative o di riposo. Non potrebbero donare quella speciale sensazione di qualche cosa che è giunta a compimento, o almeno ad una propria misura; dell’immagine di Dio che il settimo giorno riposa. È psicologicamente certo che una monotonia del genere assumerebbe quasi il carattere di una matematica follia. Sarebbe come percorrere quegli interminabili corridoi che si materializzano negli incubi.

I pagani non meno dei cristiani hanno sempre saputo questo per istinto. E quando tutta l’umanità mostra di essere stata unanime nel riconoscere la necessità di una data cosa, si può avere l’assoluta certezza che qualche bel tipo di filantropo proverà il desiderio di distruggerla.

Gilbert Keith Chesterton, da Come to Think of It, 1930

Categorie:Articoli, Chesterton
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