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Sveliamo il falso di Renzi. Il bonus da 80 euro al mese in realtà è di 53


Fonte: Il Mattinale di Martedì 29 Aprile 

 

Quel benedetto bonus IRPEF non è pari a 80 euro mensili, ma solo a 53,3: questa è la prima indicazione che proviene dalla recente circolare, con cui l’Agenzia delle entrate ha illustrato il provvedimento. Il totale di 640 euro che alla fine dell’anno dovrebbe aumentare la busta paga di alcuni, ma non di tutti, i contribuenti ci sarà solo se si è stati occupati per 12 mesi. Se, invece, di mesi ne sono stati lavorati solo 11, quel contributo si riduce a 586 euro.

Che scende a 533 per 10 mesi e via dicendo. Finora quindi una poco innocente bugia ha tentato di dare qualche piccola illusione in più, nella speranza di accrescere la benevolenza elettorale. Non è la sola contraddizione.

Il bonus scatta a partire da un reddito annuo pari a 8.001 euro. Attenzione: la cifra strategica è proprio l’euro finale. Se viene meno quello spicciolo, anche il bonus va a farsi friggere. La norma, infatti, prevede che questa munificenza spetti solo a coloro che hanno un carico d’imposte superiore alle detrazioni spettanti a ciascun lavoratore per la produzione del proprio reddito. Su un piatto della bilancia l’aliquota di imposta pari al 23 per cento, sull’altro 1.880 euro di detrazioni.

Fate il calcolo ed avrete una perfetta equivalenza che esclude ogni beneficio. A meno che non guadagniate, appunto, 1 euro in più.

In questo secondo caso si avrà diritto ai 53,3 euro mensili, per il numero di mesi in cui si è lavorato, utilizzando, per pagarli, le somme che si sarebbero dovute versare per i contributi sociali, che, invece, non sono corrisposti, ma fiscalizzati dallo Stato. Quindi quell’euro di differenza finisce per valere l’8 per cento del proprio reddito.

Niente male, se non vi fosse il rovescio della medaglia. Perché il meccanismo inverso scatta nell’eventualità in cui si superi di un solo euro il tetto dei 26.000 previsti per godere del beneficio. Anche in questo caso quell’euro fa la differenza tra il bene e il male. Bisognerà, pertanto, essere molto attenti. Rinunciare a forme aggiuntive di reddito – un’ora di straordinario ad esempio – se si è nella zona a rischio. Niente male, si fa per dire, per un Paese che ha un bisogno disperato di crescere e quindi di lavorare un po’ di più.

Il doppio paradosso dimostra i limiti di un’operazione tesa solo a distribuire ricchezza, invece che tentare di crearla. Aumentare i redditi era ed è un’operazione giusta e buona. Ma se ad essa non si accompagna un maggior impegno individuale, si rischia di trasformare il salario stesso in una “variabile indipendente”, in quella nefasta concezione, che negli anni ’70 ha creato quel tunnel – crescita del deficit e del debito pubblico – da cui non siamo mai usciti.

C’era un’alternativa? Era stata tentata negli anni precedenti, a partire dal 2008, con il decreto legge n. 93, che aveva introdotto una tassa sostitutiva dell’IRPEF, pari al 10 per cento, applicabile agli straordinari e premi legati alla produttività. Norma vista da sempre dalla sinistra come il fumo negli occhi e quindi duramente contrastata. Tant’è vero che riproposta negli anni successivi – l’ultimo intervento risale al 2012 – era stata progressivamente sempre più contenuta e sfibrata.

Qual era il dato del contendere? Il fatto di legare il beneficio ad un comportamento individuale virtuoso: guadagni di più – e lo Stato ti premia riducendo su quel di più l’aliquota fiscale – se lavori di più o comunque ti impegni sul terreno della crescita della produttività. Niente da fare. A sinistra – nonostante gli apprezzabili sforzi del Ministro Poletti – questa è ancora una bestemmia. I soldi vanno dati a prescindere: come avrebbe detto Totò.

L’immobilismo della sinistra è comprensibile, specie in vista dell’imminente campagna elettorale. Meno giustificato è l’appoggio dei suoi alleati di governo, a partire da Ncd. Forse pensano che Matteo Renzi farà loro da traino. Staremo a vedere.

Quel che invece è certo è la dipendenza culturale che si è creata. Il ripensamento che è intervenuto rispetto ad una storia più complessiva, che affonda le sue radici addirittura negli anni ’80. Allora fu il decreto di San Valentino, che riduceva i punti di copertura della scala mobile, a determinare lo spartiacque tra la modernizzazione ed il cieco conservatorismo. Oggi dov’è quel punto di caduta?

 

Categorie:Articoli, Politica
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