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Il Medio Oriente gravemente malato


di Daniel Pipes (fonte: http://it.danielpipes.org)
L’Opinione delle Libertà
28 gennaio 2014

Pezzo in lingua originale inglese: The Sick Middle East
Traduzioni di Angelita La Spada

La recente conquista della città irachena di Falluja da parte di un gruppo legato ad al Qaeda riporta alla mente l’amaro ricordo delle risorse e delle truppe americane che furono impiegate tra il 2004 e il 2007 per controllare la città – e malgrado tutti questi sforzi, ci siamo ritrovati con un pugno di mosche in mano. Allo stesso modo, le centinaia di miliardi di dollari spesi per modernizzare l’Afghanistan non hanno impedito il rilascio di 72 prigionieri, autori di attacchi contro gli americani.

Al-Qaeda conquista Fallujia, in Iraq.

Questi due esempi sembrano indicare una conclusione più ampia: in Medio Oriente i mali sono così radicati (con la notevole eccezione di Israele) che le potenze esterne non possono porvi rimedio. Qui di seguito un riepilogo veloce:

L’acqua si sta esaurendo. Una diga in costruzione sul Nilo Azzurro, in Etiopia, rischia sostanzialmente di interrompere per anni la principale fornitura d’acqua dell’Egitto. La Siria e l’Iraq soffrono di crisi idriche perché i fiumi Tigri ed Eufrate si stanno prosciugando. Nello Yemen, le piantagioni della pianta narcotica chiamata qat assorbono una gran quantità delle limitate risorse idriche al punto che Sana’a potrebbe essere la prima capitale moderna a dover essere abbandonata a causa della siccità. In Arabia Saudita, la sconsiderata coltivazione del grano ha impoverito le falde acquifere.

Al contrario, la diga mal costruita di Mosul, in Iraq, potrebbe crollare, e l’inondazione travolgerebbe all’istante mezzo milione di persone, lasciandone molte altre senza elettricità o cibo. Gaza è invasa dai liquami. Molti paesi devono fare i conti con i blackout elettrici e soprattutto nell’oppressiva canicola estiva che raggiunge abitualmente i 49° C all’ombra.

Una riproduzione della Grande diga del rinascimento etiope, ora in costruzione.

E che dire della crisi demografica? Dopo aver sperimentato un picco di nascite, il tasso di natalità della regione sta crollando. L’Iran, ad esempio, ha subito la più forte diminuzione dei tassi di natalità rispetto a ogni altro paese passando da 6,6 figli per donna nel 1977 a 1,6 nel 2012. Ciò ha creato quello che un analista chiama “panico apocalittico”, che alimenta l’atteggiamento aggressivo di Teheran.

Lo spopolamento delle scuole, i governi repressivi e i costumi sociali arcaici assicurano pessimi tassi di crescita economica. La fame tormenta l’Egitto, la Siria, lo Yemen e l’Afghanistan.

Le immense riserve di gas e petrolio hanno distorto quasi ogni aspetto della vita. Le piccole monarchie di tipo medievale come il Qatar diventano potenze mondiali surreali che giocano alla guerra in Libia e in Siria, indifferenti alle vite che si spezzano, mentre un vasto sottoproletariato di oppressi lavoratori stranieri lavora duramente e una principessa spende ingenti quantità di denaro nell’acquisto di opere d’arte come mai prima d’ora nella storia del genere umano. I privilegiati possono lasciarsi andare ai propri impulsi crudeli, protetti da legami e denaro. Il turismo sessuale in paesi poveri come l’India prospera.

Al-Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al-Thani (nata nel 1983), sorella dell’emiro del Qatar e presidente dell’Autorità dei Musei del Qatar, ogni anno spende circa un miliardo di dollari per l’acquisto di opere d’arte.

Gli sforzi a favore della democrazia e della partecipazione politica languiscono, come in Egitto, o conducono al potere fanatici che mascherano abilmente i loro scopi, come in Turchia. I tentativi di rovesciare i tiranni avidi portano ad avere tiranni ideologici (come accaduto in Iran nel 1979) o all’anarchia (come in Libia e nello Yemen). In genere, si spera che entrambe le parti perdano. Lo stato di diritto resta un miraggio.

L’islamismo, che al momento è l’ideologia politica più dinamica e minacciosa, può essere sintetizzato da una macabra dichiarazione fatta da Hamas agli israeliani: “Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita”. Poliginia, burqa, mutilazioni genitali e delitti d’onore fanno sì che le donne mediorientali siano le più oppresse al mondo.

La vita in Medio Oriente è afflitta da gravi pregiudizi – spesso ufficiali – basati sulla religione, la setta, l’etnia, la tribù, il colore delle pelle, la nazionalità, il sesso, l’orientamento sessuale, l’età, la cittadinanza, il lavoro e la disabilità. La schiavitù rimane un flagello.

Le teorie del complotto, il fanatismo politico, il risentimento, la repressione, l’anarchia e l’aggressione dominano la politica della regione. Le nozioni moderne relative all’individuo non attecchiscono nelle società dove i legami primordiali della famiglia, della tribù e del clan continuano a essere dominanti.

Alaa Hussein Ali (a sinistra nella foto) ha governato la Repubblica del Kuwait per sei giorni nell’agosto 1990, prima che il paese fosse annesso all’Iraq da Saddam Hussein (a destra nella foto).

Il Medio Oriente è spinto dal bisogno di estinguere interi paesi. Israele è la vittima potenziale più nota, ma di fatto il Kuwait è scomparso dalle carte geografiche per più di sei mesi, mentre il Libano, la Giordania e il Bahrein potrebbero essere inghiottiti in qualsiasi momento.

I paesi mediorientali spendono ingenti somme di denaro per i servizi di intelligence e per le forze armate, creando forze inutili allo scopo di controllarsi gli uni con gli altri. Essi si lanciano nell’acquistare all’estero carri armati, navi e aerei. Dedicano risorse smisurate alle armi chimiche, biologiche e nucleari e alle piattaforme per distribuirle. Anche i gruppi terroristici come al Qaeda tramano per acquisire armi di distruzione di massa. In Medio Oriente si sviluppano avanzati metodi terroristici.

Il fallimento economico e politico crea grandi masse di profughi: dagli anni Ottanta gli afgani costituiscono la più vasta popolazione di profughi del mondo; i siriani ora minacciano di raggiungerli, seminando povertà e caos nelle terre in cui trovano rifugio. Anime disperate cercano di abbandonare la regione per raggiungere i paesi occidentali, lasciando non poche vittime lungo la strada. Quelli che riescono nell’impresa portano i mali della loro regione in paesi ordinati come la Svezia e l’Australia.

I diplomatici dell’Ottocento denominarono l’Impero ottomano “il malato d’Europa”. Ora, io definisco l’intero Medio Oriente “il malato del mondo”. Occorrono molti anni per porre rimedio all’odio, all’estremismo, alla violenza e al dispotismo che imperversano nella regione.

In attesa che questo processo abbia luogo, il mondo esterno farebbe meglio a non consumare energie e ricchezze per salvare il Medio Oriente – il che è un compito senza speranza – ma dovrebbe proteggersi dalle molteplici minacce provenienti dalla regione: dalla sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus (Mers-CoV), dagli harem, dal megaterrorismo e dagli impulsi elettromagnetici.

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