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La gloria del Signore brilla sopra di noi


Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” Dal libro del profeta Isaia, capitolo 60, versetto 1

È una grande festa quella che celebriamo. Epifania è la manifestazione del Dio nato uomo, venuto fra noi, venuto per tutti i popoli della terra, per ogni creatura. Egli esce fuori dal confine della terra d’Israele, da quel piccolo borgo che l’ha accolto, e diventa il salvatore di tutta l’umanità.

Testimoni sono i Magi, venuti da lontano, qualcuno dice dall’Arabia, dalla Persia, qualcuno li ritiene sacerdoti di qualche religione orientale; sono certamente dei cercatori di Dio, seguono le stelle, segni della paternità e della vicinanza di Dio, si interrogano sul senso della vita e cercano di prendere la strada giusta. Sono persone in movimento e come loro dovrebbe essere ogni creatura assetata di verità, di luce. Soprattutto nei momenti in cui, ripiegandoci su noi stessi, viviamo in maniera triste, avvilita, occorre alzare lo sguardo, cercare una stella, un nome, un perché.

Questi Magi vengono giustamente ammirati, perché considerati l’emblema di ogni creatura che si muove in cerca della verità, che non si considera già sazia, già arrivata, ma si domanda e vuole a tutti i costi arrivare a una risposta sicura. Pensate che quando i primi conquistatori musulmani della terra di Israele videro i santi Magi dipinti nella basilica della Natività a Betlemme, si fermarono in segno di rispetto, perché erano vestiti come loro erano abituati: li considerarono allora quali antichi padri che si erano mossi per cercare la luce e non portarono distruzione in quel luogo.

Anche noi, vedendo i Magi, vorremmo imparare a seguirli. Dove approdano? Anzitutto in città e la città fa brutta figura: presenta delle persone religiose che sono lì sedute, immobili, che sanno tante cose, ma, potremmo dire, che non uniscono al loro credo la vita. Difatti non sono andati a cercare il Messia a Betlemme; sanno che sarà in quel villaggio che Dio si presenterà, ma più di una risposta a quei cercatori non danno. un grande insegnamento per noi da ciò: vivere da cristiani, aiutare Cristo a manifestarsi a tutti i popoli vuol dire vincere questo spirito di indifferenza, di abitudine. Troppe volte infatti noi riteniamo di vivere una vita completa: non ci manca niente, non abbiamo da imparare da nessuno, nemmeno da Gesù Cristo. Abbiamo delle tradizioni cristiane, ma manca il desiderio di essere con lui; di farci accogliere da lui: siamo cristiani stanchi, che arrivano anche a dimenticare le proprie origini, le proprie radici.

I Magi in città incontrano anche il potere, anzi l’arroganza: uno che non ha scrupoli, Erode il grande, che regnava in quel tempo, aveva fatto ammazzare per le sue fisime anche quattro dei suoi figli. È un uomo violento, uno spirito pericoloso, diremmo noi, eppure nelle sue mani c’è quel po’ di potere che gli aveva riconosciuto il Senato romano, chiamandolo proprio “re dei Giudei”. Egli pensa a un rivale quando i Magi gli dicono: “È nato un re e noi lo stiamo cercando”; pensa a qualcuno che possa fargli ombra.

Quante volte anche noi pensiamo che Dio ci faccia ombra, invece di essere all’origine della nostra vita, quante volte pensiamo che praticare le afede, istruirci sempre più nel Vaneglo siamo cose da schiavi, da persone deboli che non si impongono, da vecchierelle o da bambini, per quelli che non usano la ragione, la forza, che non sanno imporsi.

Erode arriva a mentire ai Magi, li chiama segretamente; corrompe, potremmo dire in qualche maniera, i cercatori di Dio; vuole da loro delle informazioni più dettagliate; dice che andrà ad adorare il bambino e invece scatenerà la morte, la distruzione attorno a Betlemme.

Un altro Erode, al momento in cui gesù viene condananto a morte, regnerà sulla Palestina ed è un figlio di questo uomo violento e prepotente che dominava negli anni della nascita di Cristo.

I Magi, in continua ricerca, lasciano ora la città e si dirigono verso il villaggio povero, sconosciuto di Betlemme ed è qui che incontrano il Signore che cercavano. È la Vergine Maria che li accoglie, con il Re sulle ginocchia, vestito con qualche panno che gli vrà portato la gente del posto. I Magi si prostrano, fanno un gesto di adorazione presentando poi quei doni tipici della loro cultura, segno dell’ambiente in cui vivono: oro, la regalità; incenso, la divinità; mirrà, l’umanità. Troveremmo ancora la mirra nel momento della morte del Signore Gesù. Sono doni simbolici, ma che dicono come ogni cercatore della verità incontri Dio portando a lui il suo mondo, la sua realtà, le sue fatiche, i frutti della sua storia impegnata.

Ci commuoviamo anche noi davanti a questi stranieri che – ogni tanto me lo chiedo – come si saranno fatti capire, come avranno parlato se erano arrivati da così lontano? Eppure in quel bambino essi riconoscono il Re, il Dio con noi. È un segno: ogni cratura troverà lo scopo della vita, la risposta a tutti i suoi dubbi in quel Bambino che – pensate – è già minacciato di morte.

Dio lo si incontra anche là dove le domande si infittiscono, come quando ci sono tragedie di morte. In tante Chiese d’Oriente anche in questi giorni avvengono delle stragi: chi si professa fedele al Dio Bambino è visto come nemico; non si capisce che proprio in lui troveremo quei rapporti nuovi per i quali ognuno è rispetto nella sua cultura, nella sua fede e nei quali uno ritrova quello che gli manca, che nessun altro al mondo gli può dare.

La Vergine Maria, col bambino sulle ginocchia accoglie ciascuno di noi e ci domanda di guardare con maggiore simpatia anche ai non credenti, di pregare per loro, di essere una Chiesa  che ha fiducia che, prima o poi, questa umanità – tante volte folle, impazzita nella ricerca delle ricchezze, del potere, piena di paura della morte, dove ci sono ancora stragi di innocenti – questa umanità troverà la salvezza, ma solo quando si inginocchierà davanti al Signore che è nato.

Ecco la testimonianza che siamo chiamati a dare a tutte le genti: quel bambino che Erode voleva eliminare sul nascere è l’unico Dio con noi, che cammina anche oggi per portarci alla guarigione dei nostri mali, per darci speranza e vita eterna.

Per un’altra strada i Magi ritornano al loro paese. Secondo me è indicato qui il nostro cammino oggi: al termine delle feste natalizie dobbiamo decidere su che strada camminare, se qella sulla quale abbiamo camminato finora, quella del vizio, dell’indifferenza, quella di chi disprezza gli altri, oppure sull’altra strada, che è la strada del perdono, dell’accoglienza, dell’umiltà, una strada fuori dell’arroganza e della prepotenza. È la strada di chi si mette ancora in movimento perché fino al termine dei nostri giorni vogliamo raccontare che solo nel Signore Gesù c’è la salvezza e la pace.

Prendiamo anche noi quest’altra strada! Essa va forse controcorrente, non è secondo la mentalità, certamente no ndà ragione allo spirito del mondo, che è spirito di superbia, di arroganza di paura. È la strada della pace, di chi cammina sui sentieri di Dio, in obbedienza ai suoi insegnamenti.

Monsignor Pierluigi Mascherin, 6 Gennaio 2011 Cattedrale di Santo Stefano, Concordia Sagittaria (Venezia)

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