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La Siberia dei Savoia


Fonte: VaticanInsider Giuseppe Brienza, Roma, Sabato 12 Luglio 2013

La vicenda dei prigionieri borbonici durante l’Unità d’Italia in un libro che fà discutere

La “lunga onda” delle celebrazioni del 150° della proclamazione del Regno d’Italia (1861-2011) ha lasciato dietro di sé una recrudescenza della polemica delle “ragioni del Sud” contro il Nord piemontese “invasore”, cui ha fatto da contraltare un rinnovato “partito piemontese”.

Tra le voci più accreditate di quest’ultimo schieramento vi è lo storico torinese Alessandro Barbero, specialista di storia medievale e rinascimentale, che nel saggio I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle, edito da Laterza nel 2012, ha criticato in toto i fondamenti del “revisionismo” meridionalista, tacciandolo di superficialità e utilizzo diffuso di menzogne propagandistiche. In particolare, come si legge nel sottotitolo del suo libro, Barbero “demitizza” un peculiare episodio storico, molto caro ai “neo-borbonici”, quale la deportazione dei prigionieri dell’esercito delle Due Sicilie “non cooperanti” nell'”universo concentrazionario” piemontese di Fenestrelle (nella val Chisone), dopo il 1861.

Francesco Mario Agnoli, studioso esperto del lato più rimosso di quel cruciale periodo della nostra storia che va sotto il nome di Risorgimento (fra le sue opere Le Insorgenze antigiacobine in Italia 1796-1815, Le Pasque Veronesi, L’ultimo mito del Risorgimento: la Repubblica romana, Dossier Brigantaggio, Scristianizzare l’Italia, Potere, Chiesa e Popolo 1881-1885), ma non certo identificabile come “neo-borbonico” (la sua famiglia è addirittura di ceppo trentino), ricostruisce nel saggio La vera storia dei prigionieri borbonici dei Savoia. Una risposta puntuale ad Alessandro Barbero (Il Cerchio, Rimini 2013, pp. 76, € 8,00) l’intera vicenda, argomentando dai documenti d’archivio utilizzati da Barbero valutazioni e ricostruzioni esattamente contrarie a quelle esposte dallo storico torinese. Innanzitutto contesta a quest’ultimo la negazione della natura di “campi di concentramento” delle prigionie riservate ai soldati borbonici dopo l’espugnazione delle ultime fortezze e quindi la sconfitta dell’esercito delle Due Sicilie. «Difficile comprendere – scrive infatti Agnoli – il peso che si pretende attribuire alla circostanza che il sistema sabaudo fosse composto non solo di “campi” in senso stretto (estensioni di terreno baraccate), ma di fortezze, depositi e caserme, e da un unico campo, quello di San Maurizio. In realtà, anche se questo fosse mancato, sostituito magari da una seconda Fenestrelle, non ne sarebbe stata modificata l’essenza concentrazionaria del sistema. È difatti provata, e in realtà nemmeno seriamente discussa, l’esistenza di una quantità di luoghi, in un primo tempo tutti in Alta Italia, collegati fra loro dal fine per cui venivano utilizzati, dove i napoletani venivano collocati e spostati d’imperio dall’uno all’altro in condizioni che si possono benevolmente definire di estremo disagio».

Il fine della dura detenzione inflitto agli ex soldati del Re Francesco II di Borbone era quello d’infiacchirli nello spirito e nel fisico, per indurli ad arruolarsi nell’esercito del neo-nato Regno d’Italia. A questo fine la prigionia sabauda di Fenestrelle si prestava molto bene allo scopo perché, aggiunge Agnoli, «[…] già alla fine del XVIII secolo venne utilizzata come sede di punizione e correzione per militari, un compito al quale la rendevano particolarmente idonea la sua collocazione alpestre e le sue condizioni di pressoché assoluto isolamento. […] Ce lo attesta uno dei prigionieri […], il cardinale Bartolomeo Pacca, che forte di una prolungata esperienza diretta, scrive nelle sue Memorie, pubblicate a Pesaro nel 1830: “la condanna alle Fenestrelle faceva in quei tempi tanto spavento in Italia quanto suol farlo nelle parti settentrionali d’Europa la rilegazione in Siberia”».

Nonostante tutto questo, però, l’obiettivo dell’incorporazione dell’ex esercito duosiciliano fu in gran parte mancato dalle nuove autorità politico-militari dell’Italia unita che, inizialmente, avevano «[…] creduto di procedere in modo quasi automatico, addirittura riversando l’armata borbonica così come stava in quella piemontese per avere prestato fede alle notizie sullo stato d’animo e le convinzioni delle popolazioni del Sud diffuse dai liberali duosiciliani profughi in Piemonte. Costoro, appartenenti quasi tutti ai ceti benestanti ed intellettuali, nulla sapevano del popolo o mentivano per partito preso. Uno di loro, Carlo Poerio, era tanto persuaso dell’entusiasmo dei suoi compatrioti per l’avvenuta riunione ai fratelli italiani da dare per certo che le nuove province meridionali avrebbero dato “almeno 150mila uomini all’esercito nazionale”, e da ritenere disonorevole se ciò non fosse avvenuto» (p. 14). Non considerando quelli subito dopo esonerati, gli arruolati furono invece solo 50mila, soprattutto sottufficiali che necessitavano di una paga per sostenere le famiglie numerose a loro carico. Gli altri mantennero fede, a costo anche della vita, al giuramento prestato e, come scrive Agnoli, furono quindi molte «[…] migliaia di soldati dell’esercito delle Due Sicilie che, nonostante fossero stati segregati, si rifiutarono di rinnegare il re e l’antica patria».

Categorie:Libri
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