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In Ricordo del Vescovo Luigi Padovese


Quello che segue è il testo della’omelia che il compianto monsignor Pierluigi Mascherin pronunciò durante la Santa Messa tenutasi nella Cattedrale “Santo Stefano” di Concordia Sagittaria il 3 Luglio 2010.

“Fratelli, voi non siete più stranieri, né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti”  (Ef 2, 19-20)

Permettetemi di tratteggiare con parole essenziali questa memoria nel trigesimo della morte del carissimo monsignor Luigi Padovese. Meno di sei anni fa, da qui, lo abbiamo sentito, neo vescovo, pronunciare queste parole: “Vivo questo momento come un atto di riconoscenza nei confronti di questa terra dalla quale traggo le mie origini; qui è vissuta la mia famiglia paterna, i miei nonni, zii e cugini; da mio padre ho ereditato l’amore per Concordia e l’interesse per le sue antichità. I ricordi dell’infanzia crescono con noi e io ho ben presente quando, da bambino, mio padre mi parlava dei Martiri concordiesi, dell’invasione di Attila, della capra d’oro nascosta chissà dove o quando durante l’estate mi portava qui, dove la visita agli scavi era d’obbligo”. Questo diceve il 12 Dicembre 2004. Ora gli manifestiamo riconoscenza e gratitudine per l’amore che ha sempre nutrito e riconosciuto per la nostra terra.

Siamo in preghiera perché possa continuare a celebrare una liturgia d’amore e di pace lassù, con il Signore, dopo che, come Gesù, anche lui è diventato un agnello sgozzato. Nella nostra fede quell’agnello sgozzato è in piedi – così lo descrive il libro dell’Apocalisse – è vivo, è risorto.

Permettetemi alcuni dubbi davanti alle notizie che ci sono arrivate un mese fa sulla tragedia. Mi sono legato al salmo che dice: “L’amico in cui confidavo, proprio lui che stava a mensa con me, ha rivolto contro di me il suo calcagno; ci legava una dolce amicizia”. Così il salmo. E io pensavo tali parole rivolte da monsignor Luigi a Murat Altun.

Hanno detto che questo giovane di 26 anni era depresso, ma il depresso si toglie la vita, non la toglie all’amico. Ha agito di spalle, tagliandogli la gola, proprio come un barbaro rito imparato a scuola, la scuola dell’odio e del fanatismo. Ha agito da solo? Ha agito con il peso di una dottrina che vede gli altri come infedeli da eliminare?

Altun chi ha ucciso? Il pastore del gregge, un minuscolo gregge che vive come minoranza sparsa su un territorio vasto pù dell’Italia: l’Anatolia, collocata a est della Turchia.

Nato a Milano il 31 Marzo 1947, Luigi segue la chiamata del Signore e diventa frate cappuccino, seguage di San Francesco, di San Bonaventura; risponde alla chiamata di seguire il Cristo disarmato; sulle labbra solo una parola, quella che abbiamo sentito risuonare nel Vangelo di stasera:”Pace e bene a tutti!”. È cosciente, padre Luigi, di portare la pace a tutti, con quella che lui osava chiamare la virtù sociale più necessaria, che è l’umiltà. Aveva voluto, proprio il giorno dela sua ordinazione, ricordare queste parole con cui Francesco chiedeva ai suoi frati di essere minori e sudditi di tutt: “Non trovo incompatibile questa esortazione di San Francesco con il nuovo incarico, quello di vescovo, che ho da svolgere; anzi credo che proprio questa connotazione sia quella che deve offrire un frate minore cappuccino diventato vescovo.”.

Altun ha ucciso allora il frate umile, ha ucciso il ricercatore, il maestro dei Padri della Chiesa. Per 16 anni titolare di cattadra alla Pontificia Università Antonianum di Roma, incaricato di insegnare in altre università, preside, direttore dell’Istituto di Spiritualità, padre Luigi consoceva e praticava la Turchia molti anni prima di essere nominato vescovo da Giovanni Paolo II. vi organizzava, già da 20 anni e più, simposi di carratere storico e archeologico, soprattutto intorno a tre città e ad altrettante figure fondamentali della nostra fede cristiana: Giovanni ad Efeso, Pietro ad Antiochia, Paolo a Tarso.

6 anni di espiscopato, neppure completi, nei quali ha accolto Benedetto XVI in Turchia, ma nei quali ha conosciuto il martirio, l’uccisione violenta a Trebisonda di un suo sacerdote, don Andrea Santoro, nel Febbraio 2006, nei quali ha potuto vivere intensamente – organizzando pellegrinaggi da tutte le parti del mondo – l’Anno paolino, con il cuore a Tarso.

Altun ha ucciso l’uomo del dialogo, in dialogo sempre aperto con le chiese orientali, ma anche con le autorità islamiche, con i turchi, con i curdi, con gli armieni, i siriaci. Ecco la frontiera dove il Signore lo aveva chiamato e dove chiedeva ai suoi cristiani di mostrare di essere cristiani.

Il vescovo Luigi ha curato la qualità del lievito nascosto nella massa e ha lavorato con coraggio per liberarli dalla paura e deallo smarrimento. Andava lui davanti, quando si trattava di difendere i diritti fondamentali, in particolare la libertà religiosa. Aveva scritto poco tempo prima ai suoi fedeli: “In altri paesi, dove la maggioranza è cristiana, è più grande il rischio di dirsi cristiani senza esserlo; qui da noi (Turchia) dobbiamo esserlo e mostrarlo. Il nostro impegno non è di convertire altri alla nostra fede, ma dimostrare semplicemente che è bello essere cristiani.”.

Era molto fermo nei soi principi e nelle sue convinzioni, soprattutto perché anche le autorità turche valorizzassero i siti archeologici che lui stesso aveva messo in luce e fatto conoscere non soltanto come attrattiva per i turisti, ma come punto di riferimento e memoria necessaria di quella storia gloriosa del cristianesimo, vissuta lì, in quella terra, prima ancora che passasse l’ondata islamica. Glorie che lui non poteva dimenticare: le chiese costruite, ma anche gli ospedali, le case di cura, perché quella è terra santa, dove i cristiani hanno cominciato a seguire il Signore con grande fedeltà e coraggio. E poi i santi che lui faceva conoscere per la loro grande missione di civiltà e per la missione sociale che hanno avuto lì, in quella terra, prima che si parlasse di Allah e di Maometto, erano i martiri grandi,da Ignazio a Policarpo, da Basilio a Gregorio e Giovanni Crisostomo. Questo voleva che riconoscessero anche in turchi in mezzo ai quali viveva.

Due brevissime conclusioni per noi. A Milano il cardinale Dionigi Tettamanzi ha chiamato questo momento di dolore, la morte di monsignor Luigi, chicco di frumento, rifacendosi all’immagine di Gesù. L’amore più grande dà la vita, scomapre, è là, e noi vogliamo leggere così la sua morte, non come una tenebra, un sepolcro che chiude un ricordo così prezioso, ma come una pianta: il seme è proprio il suo sangue sparso e noi vorremmo pregare perchè in quella terra quel seme possa crescere, per darci ancora conferma che è un seme messo nello Spirito del Signore.

Ecco, voglio accennarvi a dei germogli proprio in questo mese del trigesimo della sua morte. Martedì scorso sono state fatte delle celebrazioni particolari nella chiesa di Tarso, in memoria di San Paolo, e ad Antiochia nel cortile della piccola chiesa dove il vicario del vescovo Luigi, padre Domenico, continua a raccogliere quei cristiani, e molti erano presenti anche tra i non cristiani, a riconsocere nel silenzio la preziosita di quella testimonianza portata via.

Voglio con concludere con le parole che il monsignor Luigi ha pronunciato, ricordando quest’anno la morte di don Andrea Santoro. Parlando della piccolissima chiesa di Trebisonda, diceva: “Il suo sacerdozio è stato la causa del suo martirio; attraverso il suo sangue, don Andrea ha celebrato con Cristo lunica eucaristia: questo è il mio sangue versato per voi e per tutti per il perdono dei peccati.”. Leggiamo nell?Antico Testamento che il sangue versato chiama altro sangue, ossia si ripaga con la vendetta. Eppure, da quando Gesù è morto in croce, il sangue versato non richiama più altra vendetta, ma il perdono; è un sangue che lava, purifica e dà vita. Perché? La risposta si trova nelle parole di Gesù sulla croce: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno!”. Se infatti lo avessero saputo non lo avrebbero fatto.

Spesso la colpa di chi fa il male sta nella sua cecità o nel ritenere vero e giusto sopprimere una vita per affermare un’idea. E in questi giorni un novello sacerdote ordinato a Roma, alla sua prima messa l’altro ieri, ha detto, ricordando proprio monsignor Padovese: “Se vogliamo partecipare alla loro testimonianza, nei nostri cuori ci deve essere posto solo per il perdono, la speranza, la carità.”. Questi io vedo già come germogli di quel chicco di frumento che cresce.

Lo ricordiamo anche noi, non con il risentimento di chi si sente derubato o con la rabbia di chi invoca vendetta, ma con le parole del perdono e della misericordia.

Grazie, monsignor Luigi, perché dal cielo continuerai a ricordare tutti noi e noi non ti dimenticheremo.

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