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Sono qui, nella capitale dell’aborto


Il celebre scrittore e critico letterario americano Nat Hentoff ha scritto questo articolo per il Washington Times.

La città di New York detiene il per me allarmante primato di essere, come ha detto il New york Daily News, la “capitale mondiale degli aborti”. Nel 2004, ogni 100 gravidanze 40 sono terminate con un aborto, quasi il doppio della media nazionale del 2002 di 24 aborti ogni 100 gravidanze. Nel 2004 a New York sono stati eseguiti 91.700 aborti (la fonte è il nuovo Vital Statistics report del Dipartimento della Sanità).

A differenza della maggior parte dei giornalisti che conosco, io sono pro-life, contro l’aborto. Quando vengo accusato di questa imperdonabile eresia, dopo anni e anni in cui sono stato definito un liberal non-religioso, cito una lettera di un medico del North Carolina, Joel Hylton, pubblicata nel numero del 18 Febbraio 1990 del Journal of the American Medical Association: “Come si può negare che il feto è un’entità viva e separata? Anche la sua umanità non può essere messa in dubbio dal punto di vista scientifico. Non appartiene certo a nessuna altra specie. Il fatto che sia dipendente da un’altra persona non lo rende qualitativamente diverso da innumerevoli altri essei umani già usciti dall’utero della madre. Mi sconvolge sentire che si può prendere la vita di un essere innocente per preservare la qualità della vita di un’altra persona”.

Come giornalista riesco di solito a capire perché la gente con la quale non sono d’accordo pensa e agisce in un certo modo. Ma mi è assolutamente impossibile comprendere come un abortista possa individuare la propria missione quotidiana nel porre fine deliberatamente e crudelmente a una vita umana. Tuttavia, dopo aver letto sul Los Angeles Times un articolo estremamente illuminante della giornalista Stephanie Simon intitolato “Offering Abortion, Rebirth”, sono riuscito a farmi almeno un’immagine generale del modo di ragionare di un abortista. Qui non si tratta di un resoconto con un programma antiabortista. La signora Simon riferisce semplicemente ciò che ha visto e sentito nel corso di una visita nello studio del dottor William F. Harrison a Fayetteville, Arkansas. Harrison, settant’anni, “calcola di aver eseguito almeno 20.000 aborti”. Non è disposto a eseguire aborti al terzo mese, anche se il feto è gravemente menomato, perché a suo giudizio in una fase così avanzata l’aborto diventa un infanticidio. “Prima dei tre mesi”, scrive Simon, è invece “pronto a eseguire un aborto per qualsiasi motivo”. Durante la sua visita, è arrivata una paziente del dottor Harrison, una studentessa universitaria di 32 anni, che aveva già avuto quattro aborti negli ultimi dodici anni. “Continua a dimenticarsi di prendere le pillole anticoncezionali. ‘L’aborto è una secvcatura’, dichiara la ragazza, ‘ma non è poi un grosso stress’ “. Il dottor Harrison non esita a definirsi un abortista, aggiungendo: “Distruggo una vita”. Ma è convinto di donare anche una vita, e chiama “rinati” i suoi pazienti. Come spiega lui stesso: “Quando poni termine a ciò che la tua paziente considera una gravidanza disastrosa, le ridai letteralmente indietro la sua vita”. Per quanto riguarda le vite umane alle quali invece mette fine, ecco come Simon descrive l’atteggiamento del dottor Harrison subito dopo avere effettuato un aborto: “Terminata l’operazione, il dottor Harrison esegue un altro esame con gli ultrasuoni. Lo schermo, che prima aveva l’immagine del feto, ora è vuoto, fatta eccezione per i contorni dell’utero. ‘Abbiamo levato tutto’, commenta”. Nessun grosso stress. Mentre descrive il lavoro di questo medico abortista, Simon a un certo punto osserva: “Per le poche donne che appaiono indecise o gravate da un senso di colpa, l’infermiera di Harrison ha appeso alla parete della stanza degli esami un foglio con queste statistiche: negli Stati Uniti una donna incinta su quattro sceglie l’aborto. Un terzo di tutte le donne statunitensi avranno avuto un aborto prima dei 45 anni”.

Questo resocontodel lavoro di un medico abortista mi ha fatto ricordare che quando il defunto cardinale John O’Connor, che io ho avuto il privilegio di conoscere e avere come amico, fu nominato arcivescovo di New York, venne aspramente criticato dal New York Times per avere definito l’aborto un “olocausto”. Allora non pensavo che avesse troto, e continuo a pensarla nello stesso modo anche oggi. Un dottore di New York che aveva eseguito migliaia di aborti un giorno si mise a riconsiderare la sua vita e decise di convertirsi al cattolicesimo. Il cardinale O’Connor celebrò personalmente la sua conversione. Ecco cosa mi disse il giorno dopo: “Spero che non perderemo anche te. Tu sei l’unico liberal, non religioso, libertario pro-life che ci è rimasto”. Sono ancora qui nelal capitale degli aborti.

Il Foglio, 29 Dicembre 2007

Categorie:Aborto, America, Hentoff
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