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Testimone della Speranza


“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Giovanni 12, 24)

Ricordiamo oggi monsignor Luigi Padovese, vescovo, nel secondo anniversario della sua morte avvenuta due anni fa a Iskenderun, Turchia. Uomo del dialogo e della comunione pur mantenendo la sua identità di cristiano. Sacerdote fedele e zelante, infiammato di amore per Cristo che non ebbe paura di morire per Lui.

La parola di Mons. Luigi Padovese …

Cari fratelli, un vescovo della nostra terra, Melitone di Sardi, vissuto nel II secolo ci ha lasciato una delle prime omelie della pasqua che conosciamo. Parlando di Gesù, Melitone lo chiama “la pasqua della nostra salvezza”. Sappiamo che nella tradizione antica la parola “pasqua” ha avuto un doppio significato: pasqua come “passione” (dal greco “paskein”) e pasqua come “passaggio” (dall’ebraico “passah”). Nella vita di Gesù i due i significati sono stati riuniti: Cristo ha patito per noi, facendoci passare dalla morte alal vita. Egli è dunque veramente la “nostra pasqua”, la “pasqua della nostra salvezza”.

È questo il mistero che celebriamo in questi giorni. Il suo annuale ricorso non ci fa consocere qualcosa che non sappiamo, ma ha lo scopo di richiamare alla mente e al cuore l’evento fondativo del nostro essere cristiani. Chi di noi, infatti, può dire di aver capito il profondo mistero di amore che s’è rivelato nella morte e resurrezione di Gesù? Il fatto è consociuto, ma la nostra comprensione del fatto a che punto è? Basta guardarci dentro per capire quanto siamo ancora lontani dall’averlo compreso. Il sole della resurrezione illumina e riscalda veramente la nostra vita?

Se rimaniamo nell’ombra non avremo né luce né calore. Occorre esporsi, cioè rimanere alal luce, secondo le parole del Salm o che dice: “alla tua luce vedremo la luce”. Sappiamo che questa luce è Cristo che “mi ha amato e ha dato se stesso per me”. Il ricorso annuale della pasqua è allora un invito a penetrare sempre più profondamente questoi mistero dell’amore di Dio, così grande da apparire impossibile. Eppure se oggi possiamo ancora dirci cristiani è proprio perché i discepoli di Gesù l’hanno sperimentato attraverso la sua morte e risurrezione: questo è stato il cuore della loro fede e della loro speranza e il centro del loro annuncio.

Resurrezione della carne vuol dire resurrezione della persone umana che implica la totalità dell’uomo. L’essere umano risorge in quanto è relazione con Dio. E dunque la fede nella resurrezione è la radicalizzazione della fede in Dio. È lui che garantisce questa continuità con quello che uno è stato in vita. V’è un altro fattore che garantisce questa continuità: l’amore. Nel corso della vitas l’amore s’è incarnato in noi per mezzo del corpo che ci lega a Dio e agli altri e costituisce per sempre la nostra personalità. Se è vero che soltanto l’amore attraversa la morte – come Cristo ha mostrato con la sa resurrezione – si può dire che uno sarà per sempre quello che è stato, nella misura stessa dell’apertura del suo essere alla totalità di Do e degli altri. La festa della pasqua che celebriamo è allora un invito ad aprirsi all’amore di Dio ed all’amore del prossimo.  Ama e vivrai! È questo il mio augurio pasquale per ciascuno di voi.

Iskenderun, Pasqua 2008

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