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Il 17 Marzo e il corto circuito della storia


Il 17 febbraio, sul palco del teatro Ariston di San Remo, si è tenuto un monologo di circa un’ora dedicato all’inno nazionale italiano ed ai valori nazional-patriottici del Risorgimento.
Vi chiederete chi lo abbia tenuto, pensando forse ad un politico di destra o ad un abile retore dei luoghi comuni? No signori miei, è stato un comico, un vate della sinistra italiana e di passate simpatie berlingueriane ed internazionaliste: Roberto Benigni.
Non è la prima volta ormai che si assiste ad un corto-circuito ideologico della sinistra italiana: ma la sinistra non era europeista, multiculturalista, internazionalista, pacifista ed altri -isti e -ismi vari?

Solo venti anni fa chi esponeva il tricolore alla finestra (partite della nazionale di calcio escluse) era bollato come fascista dagli stessi sinistri figuri che, dopo aver nascosto sotto il tappeto i finanziamenti illeciti da parte dell’Urss al PCI, adesso sono i più candidi paladini delle istituzioni italiane, della Costituzione, della magistratura e dei valori nazional-patriottici. Ma fatemi capire, è quella stessa sinistra erede di quella che ormai più di cinquanta anni fa, durante la guerra civile tra il ’43 e il ’45, mirava ad una Italia sovietica? La stessa sinistra che per anni ha ignorato le Foibe o gli eccidi del triangolo rosso dell’Emilia Romagna? Ma proprio la stessa sinistra che in campo internazionale venderebbe l’Italia al diavolo pur di far fare una brutta figura agli avversari politici? E questo si chiama amor patrio?

No, non mi va di festeggiare con questi loschi figuri sempre pronti ad interpretare e riscrivere la storia d’Italia come pare e piace a loro, giusto per far tornare i loro conti. La storia la scrive chi vince ma a forza di riscriverla a vincere per davvero sono solo le bugie e le illusioni. E questo sta accadendo anche con il Risorgimento, vediamo perchè. E’ interessante notare come lo sdoganamento di questi valori sia partito proprio da un uomo di sinistra, che forse preso dal desiderio di emulare i suoi paladini del partito d’azione, decise di ripristinare la festa della repubblica il 2 giugno: Carlo Azeglio Ciampi. Improvvisamente ci siamo scoperti tutti italiani e abbiamo imparato pure l’inno nazionale: lo hanno imparato pure i calciatori, che oggi lo cantano svogliatamente, ruminando la gomma da masticare, prima di scendere in campo.

Gli storici hanno ormai analizzato e sviscerato l’argomento in molti dei suoi aspetti. Il Risorgimento italiano è stata una costruzione culturale fatta dalle élite colte della penisola. E’ stato un processo ideologico nato nel periodo del pieno romanticismo, come fenomeno comune ad altre regioni europee, come ad esempio la Germania, che è sfociato nel nazionalismo prima e nei fascismi poi.

Il Risorgimento è stato anche sanguinoso:
basta ricordare una delle tante battaglie come quella di Solferino e San Martino dove morirono quasi 40.000 uomini tra francesi, austriaci e piemontesi. Episodio che fece nascere, per il numero di feriti lasciati morire sul campo di battaglia, la creazione della Croce Rossa. Come fa notare lo storico Alberto Mario Banti, il discorso fatto da Benigni rischia di enfatizzare quei valori nazionalisti che a partire dall’Ottocento furono alla base delle idee fasciste e nazionalsocialiste. Non vorrei ritrovarmi a cantare, come diceva un altro vate della sinistra, che la guerra è bella anche se fa male. La famosa “guerra bella”, la “bella morte” per la patria, ed altri miti dannunziani e futuristi di derivazione nazionalista prendono corpo proprio a partire dall’era risorgimentale.

E’ ironico vedere glorificati Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele che, camminando a braccetto guidano la Patria verso il futuro, perseguendo fini unitari quando nella realtà storica si sono sempre trovati in contrasto tra di loro, sia per quanto riguarda le idee politiche sia per quanto riguarda la concezione stessa del futuro assetto dell’Italia. Mi chiedo se per caso Giuliano Amato, maggiordomo delle celebrazioni unitarie, ricorda che Mazzini è morto a Pisa sotto il nome di Mr. Brown (non la iena di Tarantino) perché ricercato dalla polizia del neonato stato italiano in quanto sovversivo.

Nelle celebrazioni per il 150 anniversario dell’unità d’Italia si è sentito molto parlare dell’importanza delle donne patriote, peccato che quando la patriota Eleonora Fonseca Pimentel andò a Roma per aiutare gli insorti della Repubblica Romana la massima considerazione che le fu data fu quella di esser spedita a curare i feriti e non certo quella di partecipare alla stesura della costituzione del neonato stato rivoluzionario.
Un fenomeno come quello del brigantaggio è stato poi cancellato dalle celebrazioni riguardanti l’unificazione eppure molti storici, come ad esempio Giordano Bruno Guerri, hanno chiarito che è stato molto di più che una semplice guerra di bande ed è stato invece un vero e proprio movimento di massa contro l’accentramento post-unitario.

Con questo non voglio certo rimpiangere gli stati preunitari che di certo non brillavano in fatto di libertà personali. E’ necessario però non sfociare nella retorica e far chiarezza nella nostra storia: solo allora potremo avere la piena consapevolezza dell’essere italiani. Nel Risorgimento ci sono ancora troppi punti oscuri che andrebbero approfonditi: basta pensare all’ideologia nazionalista e al concetto di razza, due costruzioni culturali che vanno di pari passo, anche nei pensatori democratici.
Il Risorgimento è stato pure razzista, quindi. Pensate alla poesia di Berchet dal titolo “il Rimorso” in cui il poeta condanna una donna italiana che ha avuto una relazione amorosa con un austriaco: “maledetta chi d’italo amplesso/ il tedesco soldato beò” dice un verso della poesia. Che orrore aver osato contaminare il sangue italiano con il sangue del tiranno straniero!

Radical-chic e paladini dell’amore libero, vi sentite ancora di sostenere il Risorgimento come massima attestazione dell’italianità? Perchè il Risorgimento è stato anche questo e considerarlo in maniera acritica, ed esaltarlo tout court in una sorta di cristallizzazione storica sarebbe un grave errore. Non possiamo fare una tabellina dei buoni e dei cattivi o attingere dal Risorgimento solo le cose che ci piacciono o che ci fanno comodo: o si impara e si studia la Storia o si va tutti a casa!

Caduto il comunismo e tramontato il sol dell’avvenire, la sinistra in questi ultimi anni ha perso la propria identità e sta inseguendo ogni pretesto per costruirsi una nuova immagine. Nel Risorgimento la sinistra vede adesso una buona occasione per contrastare il nazionalismo leghista, che più o meno sfrutta lo stesso processo costruttivo del nazionalismo ottocentesco ma in scala ridotta. E forse vede anche un pretesto per cementare l’idea del bene comune superiore a quello individuale e giustificare così un welfare state insostenibile, tanto caro ai nostri ex o post comunisti (ma caro anche alla politica in generale) perchè utile a distribuire cariche ai parenti ed agli amici e di conseguenza utile ad ampliare il bacino elettorale. Ma come si dice gli italiani sono un popolo di santi, poeti, navigatori e… raccomandati.

Parlavamo di libertà: ma che posto ha, oggi, la libertà, in tutte queste celebrazioni dedicate al Risorgimento?
Alla fine, se nel Risorgimento vi era una idea per cui valeva la pena combattere era la libertà. La libertà di affrancarsi da istituzioni oppressive. Oggi il più grande favore che la classe politica potrebbe fare agli italiani sarebbe proprio quella di liberarli da uno Stato che ci appare sempre più opprimente, oppressivo e sanguisuga, invece che continuare a glorificare lo Stato-nazione-leviatano nella speranza di indorarci la pillola e, nell’illusione di contribuire alla gloria della Patria, farci fessi e continuare a vessarci con balzelli e tributi. Perchè la mia patria è quel posto dove l’individuo è al centro della politica, dove lo Stato è limitato ed al servizio del cittadino, dove le tasse sono poche e i servizi efficienti: solo allora mi sentirei a casa e solo allora sarei orgoglioso di esporre il tricolore.

Riccardo Maria Cavirani

Fonte: Ultima Thule

Categorie:Italia, Risorgimento
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